Cronaca

Uta, dramma della disperazione in carcere. Detenuto salvato per la terza volta

Ha tentato di togliersi la vita per la terza volta nel giro di un mese. Un uomo, padre di quattro figli, detenuto nel carcere di Uta, è stato salvato dagli agenti della polizia penitenziaria.



UTA (CA) - "Ha tentato di suicidarsi, per la terza volta nell'arco di un mese, impiccandosi. L'intervento degli Agenti della Polizia Penitenziaria e dei Medici della Casa Circondariale di Cagliari-Uta ha evitato la tragedia. La vicenda, che riguarda un tossicodipendente con disturbi psichici, ripropone tuttavia l'impossibilità per le strutture detentive di accogliere persone con gravi problematiche legate all'abuso di sostanze stupefacenti". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", con riferimento al tentativo di suicidio messo in atto da un 29enne cagliaritano, padre di quattro figli, la più piccola di appena un anno di vita, in stato di detenzione dallo scorso mese di novembre.

L'uomo, attualmente ricoverato in osservazione nel reparto di Psichiatria nell'Ospedale di Is Mirrinis, è stato salvato grazie all'immediato intervento dei responsabili della sicurezza dell'Istituto che, allertati dai compagni di cella, hanno fatto intervenire il personale medico. "Non si può tuttavia dimenticare che circa il 40% dei detenuti delle strutture penitenziarie, in particolare quella di Cagliari-Uta, ha problemi legati alla dipendenza da eroina, cocaina, alcol e gioco d'azzardo. Si tratta di percentuali inaccettabili in un sistema di privazione della libertà in cui le attività di recupero e risocializzazione, anche nelle migliori prospettive, contrastano con la condizione fisica e psicologica di chi ha una dipendenza. E' necessario inoltre considerare l'impossibilità di attivare terapie multidisciplinari per l'assenza di équipes che possano operare stabilmente e con continuità nell'Istituto, dove sono attualmente reclusi circa 560 detenuti. Si tratta peraltro di soggetti anche con problematiche spesso infettivologiche (Hiv e epatite B e C). Occorre quindi – conclude Caligaris – trovare alternative alla detenzione utilizzando strutture adeguate e Comunità il cui operato deve però essere costantemente monitorato anche perché non sempre gli agenti penitenziari e i medici possono fare miracoli".

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