Cronaca

L'Ogliastra Beach, 6 case, 2 veicoli e conti bancari. Ecco il "tesoro illegale" della banda dei portavalori

Fiamme Gialle e polizia sigillano i beni dell'ex vicesindaco di Villagrande Strisaili. In manette, per riciclaggio, un commercialista, un imprenditore e le mogli dei 2 boss. I malviventi conducevano una vita tra vizi e stravizi.



CAGLIARI - Un resort da favola, situato in una rinomata località turistica dell’Ogliastra, 6 appartamenti sulla costa gallurese, un’autovettura e un motociclo, conti bancari e polizze assicurative: un patrimonio milionario riconducibile ai 2 capi della banda di rapinatori smantellata, la primavera scorsa, dalla polizia di Cagliari e di Nuoro e dalla Guardia di Finanza di Nuoro: si tratta dei beni di G.O. - l’ex vicesindaco di Villagrande Strisaili, con l’hobby delle rapine ai portavalori - e del pluripregiudicato L.A. Si chiude così il secondo capitolo di una delle più importanti operazioni anticrimine condotte dalle Forze di Polizia in Sardegna sotto la direzione della direzione distrettuale antimafia di Cagliari. Dopo i 23 arresti eseguiti lo scorso 19 marzo, Fiamme Gialle e polizia sequestrano il “tesoro” della banda, frutto di venti anni di efferate azioni criminali e traffici illeciti.

Gli accertamenti sugli spostamenti dei flussi di denaro, avviati due anni fa all’unisono con le attività di appostamento, pedinamento e intercettazione, hanno consentito di dimostrare come G.O. e L.A. (con la complicità dei soggetti oggi arrestati) siano riusciti nel tempo ad accumulare - delinquendo - ricchezze su ricchezze. Fortune principalmente derivanti dalle loro attività “lavorative” più remunerative: le rapine a mano armata ma anche i traffici di droga. L’ex vicesindaco non ha mai ostentato un tenore di vita al di sopra delle proprie possibilità ufficiali, ossia le entrate dichiarate al fisco. Uno stipendio fisso da impiegato forestale, qualche gettone di presenza per l’attività politica, una casa dignitosa ma senza sfarzi, una macchina vecchia di dodici anni e qualche gita in montagna: nessuna particolare esagerazione, insomma, tutto per non “dare nell’occhio”. A tradirlo, però, sono state alcune piccole disattenzioni che le Fiamme Gialle hanno colto tra le righe di migliaia di pagine di documenti bancari.

È parso davvero strano, infatti, agli investigatori che il politico, nonostante i tre figli e una moglie casalinga da mantenere, non effettuasse mai prelievi dal conto corrente sul quale gli veniva mensilmente accreditato lo stipendio da lavoratore dipendente. In realtà, quelle risorse non venivano toccate perché il denaro necessario al sostenimento delle spese quotidiane era già disponibile in contanti, nascosto tra le mura domestiche dentro buste sigillate. Il suo compare (imprenditore turistico ed ex avvocato) S.R. (anche lui finito ai domiciliari) diverse volte aveva cercato di metterlo in guardia, suggerendogli di prelevare un tot al mese, almeno 400 euro: “Te l'ho sempre detto e non tre mesi fa, te l'ho sempre detto, spendilo non lasciarlo fermo così, non devi lasciarlo, perché ti diranno, tu, hai una famiglia...fanno due conti, non è verosimile, lei ha tre figli, bo....a carico...da dove li tira fuori i soldi per campare...”. A tutto ciò si aggiunge il ruolo di proprietario occulto che G.O. ha rivestito (tramite la moglie casalinga, ai domiciliari) nella società cui fa capo il lussuoso complesso alberghiero “Ogliastra Beach”, struttura (sequestrata) impiegata per “lavare” i proventi delle rapine. La gestione del resort era affidata a S.R., imprenditore turistico apparentemente nato dal nulla che, di fatto, però era il prestanome del politico di Villagrande Strisaili, dal quale acquisiva le direttive e riceveva le ingenti somme di denaro da riciclare. S.R. faceva, però, ricorso a G.O. per i motivi più disparati: solo qualche mese prima dell’arresto del compare, S.R. si era a lui rivolto affinché gli procurasse una pistola dotata di silenziatore da utilizzare per regolare un conto in sospeso.

Risale al 1988 - quando ancora la carriera criminale di G.O. era agli albori - l’acquisto da parte del S.R. dei 40 ettari di terreno su cui in futuro sarebbe poi sorto il complesso dell’Ogliastra Beach. S.R. ai tempi lo pagò 400 milioni di lire: tanti, troppi soldi per uno studente di soli 24 anni, nullatenente e disoccupato. Meno accorto rispetto all’Olianas nel camouflage delle proprie ricchezze si è invece dimostrato l’altro capobanda, anch’egli destinatario dei sequestri odierni: L.A. A fronte di redditi per poche migliaia di euro all’anno (tra cui quelli percepiti dal 2002 al 2010 presso le carceri ove era detenuto) facevano infatti da contraltare spese sfrenate per costosi soggiorni a Venezia e settimane bianche in rinomate località sciistiche; per la ristrutturazione di appartamenti (tutti sequestrati); per investimenti all’estero (tramite un commercialista suo complice, anche lui da oggi ai domiciliari), per la stipula di polizze assicurative e per l’acquisto di mobili di pregio, di macchine, moto e di capi di abbigliamento rigorosamente griffati. Una vita, quindi, fatta di vizi e stravizi; ma anche di paradossi: come quando, per ottenere sconti sulla retta della mensa scolastica del figlio, i coniugi non hanno resistito alla tentazione di farsi rilasciare una certificazione Isee minimale. Tra gli arrestati di oggi compare anche la compagna di L.A. che, in più occasioni, si è prestata a “lavare” il denaro “sporco” derivante dalle rapine attraverso l’accensione di conti correnti a favore di una società lettone del convivente, movimentazioni di contanti anche all’estero mediante money transfer e pagamenti di effetti cambiari. Singolare lo stratagemma architettato da Arzu al fine di giustificare formalmente le disponibilità di denaro: quello di farsi assumere, solo sulla carta, come impiegato a tempo indeterminato da un commercialista “amico”, N.P.B. L’assunzione non rappresentava un onere economico per il commercialista che, per il conoscente non doveva sostenere alcuna spesa: era, infatti, lo stesso L.A. a consegnare a N.P.B. il denaro (in contante, frutto di rapine) che poi lo stesso commercialista provvedeva a bonificargli, a titolo di stipendio, poco dopo. E questo per la legge italiana è riciclaggio.

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