Cronaca

Cagliari. La perdita del lavoro poi la povertà: famiglia costretta all'elemosina

Una storia che parla di povertà e piccoli ma importanti gesti. Una situazione vissuta da tante persone in Italia. Spesso le vediamo e non ci curiamo di loro. A volte però capita qualcosa di diverso. Quello che vi proponiamo integralmente è il racconto di Antonello Gregorini da Cagliari.



Quasi ogni mattina prendo il caffè al Bloody Mary in via San Michele.
Da qualche giorno incontro una coppia che chiede l'elemosina.
L'altro ieri avevano l'apixedda 50, con zappa, pala bidone sul cofano. Entrambi notevolmente smagriti, occhi e guance incassate. Lei pallida, visibilmente in uno stato di salute precaria, da qualche giorno anche con un plaid sulle spalle.
Stamattina ho chiesto perché fossero in questa condizione di evidente miseria e gli offerto la colazione.
Senza remore, Sergio, si è avvicinato con me al banco, lasciando la compagna fuori, forse perché con quella coperta sulle spalle non sarebbe stata, comprensibilmente, gradita all'interno del bar.
"Chiama anche lei" dico io, per un gesto di cortesia e rispetto dovuto.
"No, non ti preoccupare, facciamo a metà" dice Sergio, "le porterò io la pasta".
"E il caffè?"...
"Va bene così, non vogliamo disturbare troppo..."
Al banco gli chiedo chi fosse.
"Abitiamo qui dietro. Da qualche mese io ho perso il lavoro e non ho più trovato niente, quindi ci troviamo in questa condizione. La mia compagna ha una "pensione", un aiuto dato dagli assistenti sociali di duecentottanta euro al mese, però, sai, paghiamo la luce, 70 euro, l'acqua e qualcos'altro, e quei soldi vanno via."
"Andrai alla CAritas, immagino..." chiedo.
"Si, quando non c'è altro andiamo alla Caritas, oppure, meglio, a Quartu, dove c'è una piccola mensa per poveri, più pulita e tranquilla."
"Ma tu lavoravi? Com'è che hai perso il lavoro?" incalzo io, già sapendo che poi avrei scritto.
"Lavoravo in un call center, poi sono stato licenziato. Poi ho trovato lavoro in un agritrurismo, d'estate, perché adesso non mi chiamano più."
"Ma tu parli bene, hai studiato, sei di quì?" Continuo.
"Sono di Tortolì. Si, ho fatto lo scientifico, poi Scienze Forestali, diversi esami, a Firenze. Poi è morto mio padre e quindi sono dovuto rientrare."
"Che lavori potresti fare?" Dico io.
"Tutto. Anche il giardiniere. Conosco le piante. Ho dato due esami universitari sull'argomento".

Vado alla cassa e pago, lui chiede se può prendere la pasta e, avutala, la porta alla compagna all'esterno del bar.
Lei prende la pasta e guardandomi negli occhi mi ringrazia, mi stringe la mano dicendo che questa generosità mi ritornerà, dal cielo.
Non sarà dal cielo sicuramente, però mi è già "tornata" semplicemente col dialogo e la loro conoscenza.
"Posso scrivere questa storia, Sergio, e dire che cerchi aiuto, un lavoro?" Domando infine.
"Certo, farebbe questo? La ringrazio molto. Davvero molto gentile."

E così vado. Dalla giusta distanza scatto questa foto che rimetto alla compassione generosa del pubblico di noi "leoni da tastiera".
Sergio e la compagna sono lì, ogni mattina verso le otto, ci aspettano.

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