Cronaca

Roberto Zanda, l’ironman sardo, è pronto a ricominciare:”io non mi fermo qui, voglio tornare a correre”

Ha passato 14 lunghe ore alla temperatura di -50° durante la Yukon Arctic Ultra.



A quattro mesi dal tragico incidente accaduto durante la Yukon Arctic Ultra, l’ironman sardo è pronto per la sua nuova vita.

Dopo gli interventi agli arti e l’applicazione delle protesi, l’atleta può tornare a casa ed allenarsi per le prossime sfide. Ha trascorso 14 lunghe ore alla temperatura di -50° durante la Yukon Arctic Ultra, una delle ultramaratone più estreme e pericolose del mondo (al confine tra Canada e Alaska), che gli ha portato via gli arti inferiori e la mano destra.

Oggi, dopo settimane di sofferenza e di fatica passate all’ospedale CTO della Città della Salute di Torino, Roberto, per gli amici “Massiccione”, è finalmente pronto a ripartire con le sue forze.

“Sono stati mesi molto duri – racconta Roberto Zanda – e l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era di alzarmi da quel dannato letto. Un vero calvario ed ogni giorno sembrava più duro di quello precedente. Adesso comincia per me una nuova avventura, un’altra maratona nell’attesa di partecipare a quelle, diciamo, ‘classiche’. Perché una cosa è sicura: io non mi fermo qui. Voglio tornare a correre. La notte dell’incidente la mia vita è cambiata, ma se sono ancora qui un motivo ci sarà. Certamente non ce l’avrei mai fatta senza mia moglie, che mi è stata vicino notte e giorno. Ci tengo a ringraziare i medici dell’ospedale CTO., i chirurghi, le infermiere ed in generale tutte le persone che si sono presi cura di me in queste lunghissime settimane. Come dissi tempo fa ormai somiglio ad un ‘robot’, ma poteva andare molto peggio e posso solo sentirmi fortunato. Adesso non mi resta che continuare ad esercitarmi con la mia nuova mano bionica e capire tutte le potenzialità di queste gambe, perché ho tante corse che mi aspettano”.

La notte del 6 febbraio, al sesto giorno di ultramaratona sui nove previsti, a causa di allucinazioni da ipotermia Roberto vaga per ore a piedi scalzi, addentrandosi in una foresta senza trovare via d’uscita. Poi finalmente i soccorsi ed il ricovero all’ospedale di Whitehorse, in Canada; in seguito il trasferimento all’ospedale di Aosta per l’amputazione degli arti inferiori e, infine, il 19 marzo l’ultima tappa presso l’ospedale CTO della Città della Salute di Torino.

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