Politica

LIBIA, ARMI E CINA COMUNISTA

Negli ultimi anni la Cina Popolare ha incrementato il commercio di armi e questo, per le sue industrie belliche, significa vendere droni oltre alle armi di piccolo e medio calibro.

Da numerosissime fonti e da prove “sul campo” è certo che le armi cinesi sono utilizzate e vendute  in tutto il mondo, compresa la Libia.   In particolare i resti di un missile di quasi certa fabbricazione cinese indicano un'escalation della guerra dei droni in quell’area di guerra.  Infatti, è stato ritrovato un missile LJ-7 che è l'armamento principale del drone Wing Loong di fabbricazione cinese. Il Wing Loong, che ha caratteristiche simili al drone Predator prodotto dagli Stati Uniti, è stato venduto ed è utilizzato da alcune forze aeree del Medio Oriente, comprese quelle dell'Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e dell'Arabia Saudita. Non un caso, che sia l'Egitto sia Emirati Arabi Uniti stanno dando supporto logistico in Libia, alla fazione guidata da Khalifa Haftar che sta combattendo contro il governo di accordo nazionale sostenuto politicamente dalle Nazioni Unite e ultimamente, sul campo di battaglia, da milizie turcomanne inviate da Ankara. Gli Emirati hanno finanziato la costruzione della base aerea di Al Khadim e dal 2016 dispiegano nella base aerei di attacco e Wing Loong al fine di fornire la copertura aerea per le forze di Haftar.

La Cina comunista, sta promuovendo lo sviluppo e l'impiego di droni e fonti del Pentagono indicano che Pechino prevede di produrre oltre 42.000 sistemi senza pilota terrestri e marittimi entro il 2023.

In queste ore i tre principali Paesi dell’Unione Europea, in accordo e supportati dal rappresentante della politica estera europeo, chiedono una tregua umanitaria in Libia. La logica, supportata dalla storia recente, nel 2019 durante il Ramadan la carneficina libica non ha avuto soluzione di continuità, indica che sia solo una dichiarazione di facciata per dire “noi abbiamo provato”!
Dove non è riuscito in “Virus di Wuhan”, non è ipotizzabile riesca il Mese Sacro dell’Islam soprattutto ora che i combattimenti volgono a favore delle forze governative sostenute dai “tagliagole” di Erdogan.

Come noto le unità fedeli a Serraj hanno circondato Tarhuna, un’importante città tenuta dalle milizie del Generale Haftar e hanno la vittoria a portata di mano.

Nessun analista onesto punterebbe un euro su una tregua in questo scenario, anche se le Nazioni Unite lanciano nuovamente l’allarme dichiarando, dopo aver ripetuto la richiesta di una tregua, che “La Libia sta diventando un campo di sperimentazione per nuovi sistemi d’arma”. In pratica, come se fosse una cosa non nota da tempo, si evidenzia che, violando l’embargo delle Nazioni Unite, in queste ore continuano ad arrivare in Libia armi tra cui alcune che ancora non erano state sperimentate in quell’area di combattimenti.

E’ logico che la Cina continui a cercare di trasferire quote d’influenza nell’area. Certamente è una “balla notevole” quella fatta circolare che la Cina comunista s’interessi ora di Libia superata la crisi creata dal suo virus. E’ più onesto dire che Pechino continua la sua opera di penetrazione, mai interrotta. I cinesi cercano di occupare aree d’influenza geografico/economiche di cui i paesi europei (questo si) si sono “temporaneamente dimenticati”. Dove si lascia spazio per incertezze o mancata convergenza d’intenti, i cinesi “occupano spazi”, come hanno già fatto in Libia Putin e Erdogan approfittando dell’assenza di democrazia nei loro paesi e quindi della possibilità di agire in politica estera in modo scorretto, senza opposizione. Un esempio di carenza di informazioni e democrazia è il constatare che poco si sa degli effetti del CV 19 in Turchia e credo non lo sappiano sfortunatamente neppure i cittadini turchi. Putin, da parte sua, continua a supportare Haftar inviando  mercenari siriani che hanno già combattuto contro i terroristi ex ISIS al soldo di Ankara e ora a difesa di Tripoli e Serraj.

Quello che, presumibilmente, interessa alla Cina in Libia si può sintetizzare in due elementi: petrolio e ricostruzione.
Anche se oggi, dati i bassi prezzi e la crisi di consumi in occidente, Pechino, approfittando della contingenza del mercato, ha “riempito” le sue aree di stoccaggio, la situazione, prima o poi, tornerà alla normalità e avere un piede ben messo nella regione consentirebbe alle compagnie cinesi di acquisire quote di mercato del tanto necessario “carburante” dell’economia cinese. Questo a scapito soprattutto dell’Italia.

Prima o poi, bisognerà dare inizio alla ricostruzione post guerra in tutta la Libia e la Cina comunista non disdegnerebbe l’idea di partecipare all’appalto dell’opera e forse, poi, acquisire un porto nel sud Mediterraneo.

Non va dimenticato infine che nel caso in cui in Cina si verificasse un altro stop di produzione, come avvenuto con l’emergenza CV19, questo sarebbe un grave problema per i paesi che hanno esportato parte o tutta la produzione di qualche filiera commerciale in quel paese. Per non cadere quindi, in crisi di approvvigionamenti di parti di manufatti o prodotti finiti, qualche nazione si sta già adoperando per raggiungere l’obiettivo di non dipendere completamente o in gran parte da Pechino.

Anche gli Stati Uniti e l’Europa potrebbero rientrare in questo gruppo e si stanno dando da fare per raggiungere quest’obiettivo perché’ il “Virus di Wuhan” sembrerebbe aver fatto vedere anche all’Europa, forse anche al Roma, che affidarsi a un solo Paese, in questo caso la Cina, non conviene, e potrebbe avvicinarsi alle teorie protezionistiche del Presidente Trump. Alcuni economisti ipotizzano che se lo stesso approccio fosse applicato alla maggior parte dei segmenti di produzione, comprese le armi, allora l’approccio dalla Cina come la “fabbrica del mondo” potrebbe rapidamente entrare in crisi.

La Cina deve far quindi presto a trovare alternative commerciali e di sviluppo anche a ridosso dell’ Europa, la Libia con il suo petrolio e le sue estese coste nel Mare Nostrum  potrebbe essere una di queste.

Giuseppe Morabito

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