Ogni anno, nel terziario, il numero dei dirigenti aumenta del 3-4%. È un segnale di trasformazione, evidente ma non scontato. Eppure, quasi due imprese su tre — piccole e medie — restano saldamente nelle mani del solo imprenditore, senza affidare la guida a manager esterni. Nel frattempo, il terziario pesa quasi il 60% del Pil italiano, confermando la sua centralità nell’economia del Paese. Un mix curioso, dove l’innovazione manageriale convive con un’imprenditorialità tradizionale e radicata.
Cresce il numero dei dirigenti, ma la strada è lunga
Il terziario sta cambiando pelle. Ogni anno, le aziende che inseriscono dirigenti crescono del 3-4%, segno di una domanda sempre più forte di figure specializzate nella gestione e nel coordinamento. Questo trend racconta una realtà più complessa, che va dal commercio alla finanza, dai trasporti ai servizi professionali e tecnici.
Le imprese più grandi o orientate all’innovazione puntano sempre di più su una gestione professionale. Il dirigente diventa così essenziale per garantire efficienza, sviluppo e capacità di innovare. Inoltre, cresce la consapevolezza che è importante separare la proprietà dalla gestione operativa.
Detto questo, la crescita non è esplosiva. Molte aziende restano ancorate a modelli tradizionali. Dietro ci sono ragioni ben precise: poche risorse per assumere manager esterni, una cultura imprenditoriale che preferisce mantenere il controllo diretto e poca voglia di delegare. In settori come il commercio al dettaglio o i servizi meno complessi, l’imprenditore resta il protagonista operativo.
Imprenditore al timone, le pmi italiane frenano
Il dato più evidente riguarda il ruolo dell’imprenditore nelle piccole e medie imprese. Quasi due terzi delle pmi nel terziario non hanno manager esterni: a gestire è sempre il titolare. Questa scelta condiziona la crescita e la capacità di innovare.
Spesso si preferisce tenere tutto sotto controllo, soprattutto quando l’organizzazione è snella e l’attività non richiede figure manageriali dedicate. Ma questo può diventare un limite quando si tratta di espandersi, adottare nuove tecnologie o gestire risorse umane qualificate.
Le pmi, che rappresentano una parte fondamentale del tessuto produttivo italiano, restano quindi molto legate alla figura dell’imprenditore. Tuttavia, in settori più dinamici come turismo, servizi finanziari e tecnologia, si vede qualche apertura verso manager esterni o interni.
La disponibilità a delegare cresce con la dimensione dell’azienda: più l’impresa si ingrandisce, più serve una struttura organizzativa articolata, con ruoli chiari distribuiti su diversi livelli. Ma questo processo resta lento e frammentato.
Il terziario guida l’economia italiana con quasi il 60% del Pil
Il terziario è il cuore pulsante dell’economia italiana, contribuendo per quasi il 60% al Pil. Un dato che sottolinea non solo il valore economico, ma anche l’importanza in termini di occupazione e innovazione.
Il settore è variegato e comprende servizi professionali, commercio, sanità, formazione, cultura, trasporti e molto altro. Tutte attività che si intrecciano con industria e agricoltura. Quel 60% racconta quanto consumi, investimenti e servizi siano centrali nella ricchezza del Paese.
Con questa dimensione cresce anche la richiesta di competenze e figure manageriali capaci di coordinare operazioni sempre più complesse. Più manager ci sono, maggiore è la capacità delle aziende di innovare e adattarsi ai cambiamenti del mercato e della tecnologia.
Un ruolo importante lo giocano le grandi città e i centri urbani, dove si concentra gran parte del valore prodotto nel terziario. Qui la domanda di competenze e leadership è più forte, spingendo molte imprese a rivedere i propri modelli organizzativi e a creare nuovi ruoli dirigenziali.
La diffusione dei servizi, la trasformazione digitale e la globalizzazione sono i motori che spingono il terziario, confermandolo come un pilastro fondamentale per l’economia e la società italiana anche nel 2024.
