Dal 1990, il patrimonio boschivo italiano è cresciuto del 45%. Un dato che sorprende, perché pochi anni fa sembrava impensabile un’espansione così consistente. Le foreste si sono allargate, il verde è aumentato, la natura ha guadagnato terreno. Eppure, mentre le piante prosperano, l’Italia continua a importare quasi tutto il legname lavorato di cui ha bisogno. Anche nel 2024, questa dipendenza resta evidente: produciamo molto, ma non abbastanza per soddisfare la domanda delle industrie. Un paradosso che racconta molto sulle dinamiche del nostro mercato del legno.
Foreste in espansione: +45% dal 1990
Secondo i dati raccolti da EOS, dal 1990 a oggi il patrimonio boschivo italiano è cresciuto del 45%. Non si tratta solo di più boschi, ma anche di una gestione più attenta e sostenibile. Dietro a questo risultato ci sono politiche ambientali più rigorose, campagne di riforestazione e una crescente consapevolezza del valore delle nostre foreste.
In termini pratici, milioni di ettari sono tornati a popolarsi di alberi, anche in zone che un tempo erano degradate. La gestione del territorio ha fatto passi avanti, con metodi di controllo più efficaci e riforestazioni mirate che hanno contribuito a stabilizzare gli ecosistemi e a far aumentare la biodiversità.
Questo trend ha un impatto positivo anche sull’aria che respiriamo e sulla capacità di assorbire anidride carbonica, elementi chiave nella lotta contro il cambiamento climatico. Però, nonostante questa crescita, la valorizzazione economica del legno prodotto non ha tenuto il passo.
Legname lavorato: l’Italia importa ancora troppo
Nonostante le foreste crescano, nel 2024 l’Italia continua a importare la maggior parte del legname lavorato che serve alle industrie del settore. La filiera nazionale del legno mostra limiti strutturali che frenano la produzione interna e l’accesso a materiali lavorati di origine italiana.
Le ragioni sono diverse. Prima di tutto, la qualità e le caratteristiche richieste dal mercato spesso non coincidono con quelle del legno nostrano, che è più vario ma meno uniforme e spesso meno adatto a certe lavorazioni. Inoltre, fattori come la stagionatura, la lavorazione specializzata e la certificazione pesano molto. Il legno importato è più facile da trovare in grandi quantità, a costi competitivi e con standard qualitativi elevati.
Sul mercato mondiale spiccano paesi del Nord Europa, dell’Est europeo e del continente americano, che offrono prodotti finiti o semilavorati a prezzi spesso più vantaggiosi. Questo fa sì che l’Italia si affidi ancora molto alle importazioni.
Un doppio volto: ambiente in crescita, economia in stallo
Questa situazione — foreste che aumentano ma importazioni che restano alte — ha conseguenze sia ambientali che economiche. Da un lato, più boschi significano aria più pulita e più carbonio assorbito; dall’altro, il fatto che non si sfrutti appieno il legno prodotto in Italia limita i guadagni per le aree rurali e per chi lavora nei boschi.
Le importazioni pesano sulla bilancia commerciale e frenano lo sviluppo delle industrie locali del legno, riducendo anche le possibilità di creare un’economia più circolare e sostenibile basata su filiere corte.
Serve quindi un cambio di passo: puntare su strategie che valorizzino le risorse italiane, incentivino la lavorazione del legno nostrano e migliorino la competitività del settore interno. Questo significa investire in tecnologia, formazione, certificazioni e logistica, senza dimenticare l’aspetto ambientale e sociale della gestione forestale.
Il futuro della filiera del legno in Italia: una sfida aperta
Per il futuro, l’Italia ha davanti a sé una sfida importante: riuscire a far convivere la crescita del patrimonio boschivo con lo sviluppo di una filiera del legno autonoma e competitiva. Bisogna rafforzare la capacità di trasformare il legno sul territorio e promuovere prodotti di qualità, che sposino sostenibilità e domanda commerciale.
Serve anche una migliore raccolta di dati e trasparenza sul mercato forestale italiano per capire ostacoli e opportunità. Solo con un impegno condiviso tra istituzioni, imprese e ambientalisti si potrà consolidare la posizione del paese come custode delle sue foreste, ma anche come protagonista nella loro valorizzazione.
Così facendo, l’industria del legno italiana potrà ridurre la dipendenza dalle importazioni, guadagnando in competitività e sostenibilità nel lungo periodo.
