Nordio sul patentino antifascista per i libri: “Il Codice penale è firmato da Mussolini”

Redazione

17 Giugno 2026

Il Codice penale italiano porta la firma di Benito Mussolini. Le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio hanno riacceso un dibattito già infuocato attorno a “Più Libri Più Liberi”, la fiera della piccola e media editoria che si tiene a dicembre alla Nuvola dell’Eur di Roma. Tutto nasce da una proposta: chiedere un “patentino antifascista” alle case editrici partecipanti. L’idea, più che un semplice requisito, ha scatenato una polemica che divide governo ed editori, trascinando la discussione in un terreno complesso, dove politica e cultura si intrecciano senza sconti.

Codice Rocco, un’eredità difficile da digerire

Il codice penale in vigore in Italia è quello firmato nel 1930 da Alfredo Rocco, ministro durante il regime fascista. Entrato in vigore nel 1931, fu sottoscritto da Vittorio Emanuele III, Benito Mussolini e dallo stesso Rocco. Nel suo intervento, Nordio ha sottolineato l’assurdità di chiedere un certificato antifascista in una fiera editoriale, mentre uno dei testi fondamentali della giustizia italiana è nato proprio sotto il regime fascista. Una riflessione che riporta al centro un nodo storico non facile da superare: un codice nato in un’epoca autoritaria che, nonostante le modifiche, conserva ancora la sua struttura originaria.

Anche se nel tempo sono stati eliminati i contenuti più illiberali, la spina dorsale del codice resta quella scritta sotto il fascismo. Questo alimenta un dibattito complicato su come gestire questa eredità, soprattutto ora che si vuole ribadire con forza i valori antifascisti nel mondo culturale e istituzionale. Non si tratta solo di teoria, ma di coerenza: quanto è credibile chiedere agli editori di sottoscrivere certi principi quando il quadro normativo ha radici così controverse?

Meloni: “Il patentino antifascista è un limite alla libertà di pensiero”

Prima di Nordio, è stata la premier Giorgia Meloni a intervenire con un messaggio netto e critico sull’iniziativa del patentino. Sui social ha definito la misura una vera e propria limitazione della libertà di espressione. Per Meloni, imporre agli editori di firmare una dichiarazione antifascista per partecipare alla fiera significa mettere un filtro politico alle loro idee, una sorta di censura preventiva. Secondo la presidente del Consiglio, questa è una strategia della sinistra per controllare il pensiero e la cultura, escludendo punti di vista diversi. Ha usato parole dure, parlando apertamente di “censura” e mettendo in guardia sul rischio che questa pratica vada contro i principi fondamentali della democrazia.

La critica di Meloni ha rilanciato il dibattito, che ora si intreccia a quello politico e mediatico sulla libertà culturale e il ruolo dello Stato nella tutela del pluralismo, in un confronto che va oltre la sola fiera “Più Libri Più Liberi”.

Gli editori replicano: “Non è censura, ma un impegno ai valori costituzionali”

L’Associazione Italiana Editori , che organizza la fiera, ha risposto duramente alle critiche, difendendo la richiesta di sottoscrivere i principi antifascisti. Secondo l’Aie, non c’è alcuna censura né strumentalizzazione politica dietro questa scelta, ma solo la necessità di chiarezza e coerenza tra chi partecipa all’evento. Il documento firmato dagli editori fa riferimento ai valori universali della Costituzione italiana, senza alcun colore politico.

Gli organizzatori hanno espresso dispiacere per le interpretazioni distorte circolate sull’iniziativa, che hanno acceso un dibattito acceso ma spesso fuori strada rispetto alle reali intenzioni della fiera. L’intervento della premier e il clamore mediatico che ne è seguito hanno spinto l’Aie a promettere un approfondimento, per valutare come muoversi in futuro nel rispetto del proprio ruolo istituzionale. Nel comunicato si ribadisce l’importanza di un patto di responsabilità tra chi prende parte a un evento culturale di grande rilievo, per garantire un confronto aperto e democratico.

Pd contro Nordio: “Una caduta di stile e un pericoloso revisionismo”

Duro il commento di Dario Parrini, vicepresidente del Pd nella commissione Affari costituzionali al Senato, che ha definito “assurda e ridicola” la posizione del ministro Nordio. Secondo Parrini, mettere sullo stesso piano la richiesta di adesione ai valori antifascisti con la firma di Mussolini sul codice Rocco è un errore di logica senza senso. Ha parlato di “derapata grossolana” e ha accusato il ministro di un “osceno elogio revisionista” del fascismo.

Parrini ha ricordato che il codice, pur non sostituito formalmente, è stato nel tempo ripulito dalle sue parti autoritarie, mantenendo solo una struttura tecnica priva di contenuti fascisti. Ha sottolineato come l’affermazione di Nordio non solo sia sbagliata, ma rischi di dare spazio a una lettura pericolosa della storia. Infine, ha rimproverato il ministro per aver perso l’occasione di evitare questa polemica, invitandolo a più prudenza nei suoi interventi pubblici.

Lo scontro tra governo, opposizione e organizzatori infiamma una discussione che va oltre la letteratura e l’editoria, toccando temi delicati sul rapporto dell’Italia con il suo passato e sui valori democratici antifascisti sanciti dalla Costituzione.

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