Roberto Vannacci: “Il femminicidio non serve, punire la violenza sulle donne basta già la legge”

Redazione

20 Giugno 2026

Ogni anno, migliaia di donne in Italia subiscono violenza. Eppure, secondo Roberto Vannacci, non serve inventare nuovi reati per affrontare il problema. Intervistato da Sky Tg24, Vannacci ha puntato i riflettori sulla legge attuale, che a suo avviso già prevede pene severe per chi commette violenza contro le donne. Il nodo, dice, non è la creazione di un reato come il “femminicidio”, ma piuttosto come si applicano aggravanti come la premeditazione o il contesto familiare. Spostando lo sguardo, invita a riflettere su come la società interpreta non solo questi crimini, ma anche altre tipologie di reati, in un quadro più ampio e complesso.

La legge italiana già punisce duramente la violenza sulle donne

Il cuore del ragionamento di Vannacci parte da quello che c’è già nel codice penale. Le pene per chi commette violenza contro le donne sono pesanti e possono aumentare se ci sono circostanze aggravanti: per esempio, se il reato è premeditato, se avviene in famiglia o se i motivi dell’aggressione sono futili. Proprio quest’ultimo aspetto spesso fa scattare l’inasprimento della pena, segno di un forte senso di condanna sociale verso questi atti.

Insomma, la legge considera già queste violenze come reati gravi, con condanne che possono arrivare a molti anni di carcere. Quando Vannacci parla di “far marcire dietro le sbarre” chi commette questi crimini, vuole sottolineare l’importanza di applicare le pene già esistenti senza complicare ulteriormente il sistema con nuovi reati. In particolare, il femminicidio viene visto da lui come un’aggiunta normativa che non porta un reale miglioramento rispetto alle norme già in vigore.

Troppe definizioni di reato? Vannacci dice no al “femminicidio”, “islamofobia” e “omofobia” come reati separati

Vannacci non nasconde la sua critica alla proliferazione di nuove definizioni penali basate sull’identità della vittima o sulla presunta motivazione dell’aggressore. Secondo lui, questa tendenza rischia di frammentare il diritto penale, creando una miriade di “versioni dello stesso crimine”.

Prende ad esempio l’“immigraticidio”, cioè l’omicidio di un immigrato, spesso per motivi razzisti. Vannacci sottolinea che la legge già punisce l’omicidio, senza bisogno di inventare nuovi reati. La sua idea è che la legge debba applicarsi in modo uguale a tutti, senza distinzioni di sesso, nazionalità o religione di vittime e colpevoli.

Inoltre, condanna quella che definisce una “deriva gramsciana” del diritto penale: l’uso della legge come strumento per plasmare la società secondo certi valori ideologici, invece di limitarsi a punire i comportamenti criminali. Per questo si oppone anche a nuove fattispecie come l’islamofobia e l’omofobia, che a suo avviso si concentrano sull’ideologia o sull’appartenenza a un gruppo piuttosto che sulla gravità effettiva del reato.

Diritto penale e società: quale ruolo per la legge?

Il dibattito si spinge fino a mettere in discussione il ruolo che il diritto penale deve avere nella società di oggi. Vannacci ribadisce la differenza tra punire un reato e cercare di cambiare la società con la legge. Fa riferimento anche a momenti storici, come la rivoluzione russa del 1918, quando un cambiamento radicale fu imposto con la forza. Secondo lui, oggi c’è il rischio che il diritto penale venga usato come uno strumento per “rieducare” o imporre un nuovo modo di pensare.

La discussione resta aperta, ma il messaggio è chiaro: le scelte legislative in materia di criminalità devono essere prese con cautela, pensando soprattutto a come la legge funziona nella pratica e alla sua capacità di garantire giustizia in modo efficace. Chi commette reati gravi va punito duramente, ma ogni nuova definizione di reato dovrebbe nascere da un confronto serio e condiviso, non da campagne ideologiche o da divisioni basate su categorie sociali o identitarie.

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