Primarie Pd: scontro aperto tra Speranza e i leader su legge elettorale e gazebo

Redazione

26 Agosto 2026

Il dibattito sulle primarie nel Pd si fa sempre più rovente. Roberto Speranza, una voce di peso della sinistra dem e sostenitore di Elly Schlein, non ha dubbi: le primarie sono un errore politico. Ma a Roma, tra i dirigenti del partito e non solo, molti vedono nei gazebo l’unica strada possibile per scegliere il candidato premier e mantenere compatta la coalizione di centrosinistra. La corsa alla guida del Partito Democratico non si placa, anzi si complica, intrecciandosi con le delicate trattative sulla legge elettorale. Le tensioni crescono e la posta in gioco riguarda molto più di un semplice voto interno.

Speranza mette un freno: “Le primarie sono un errore”

Roberto Speranza ha voluto dire la sua senza mezzi termini: secondo lui, in questa fase delicata le primarie sarebbero un rischio troppo grande per il Pd. In un’intervista al Corriere della Sera ha spiegato che evitare una competizione interna aperta potrebbe aiutare a mantenere l’unità e rafforzare il progetto politico. Speranza, tra i protagonisti della sinistra dem, ha sostenuto Elly Schlein al congresso e ha partecipato attivamente al gruppo nato a Montepulciano. Nonostante questo, mette in guardia dal rischio di divisioni che potrebbero spaccare il partito.

Ma non tutti nel Pd la pensano così. Alcuni esponenti vicini a figure come Orlando, Provenzano e Sarracino considerano la posizione di Speranza isolata e fuori dal coro. Per loro, infatti, ci sono solo due modi per scegliere il leader: o si decide con un voto interno al partito, oppure si va alle primarie. E in questa seconda ipotesi, ribadiscono, Schlein sarebbe l’unica candidata in grado di rappresentare tutta la coalizione.

Paura di una campagna divisiva: i dubbi nel Pd

Da più parti, dentro il Pd, si fa sentire la preoccupazione per una campagna interna lunga e potenzialmente lacerante. Il timore è che si ripeta quanto successo nell’autunno 2022, quando la sfida tra Pd e M5s ha finito per favorire il centrodestra. Molti veterani del partito vogliono evitare a tutti i costi questo scenario, provando a mettere delle regole chiare prima di partire con la corsa alla leadership.

Le riserve non riguardano solo il metodo. C’è anche chi dice: prima di tutto serve un programma condiviso, un’identità chiara che unisca tutte le anime della coalizione. Senza questo, la sfida rischia di trasformarsi in una battaglia tutta personale, poco utile per costruire un’alternativa solida al centrodestra.

Prodi e Bersani: prima il progetto, poi la corsa

Tra i big che si sono espressi spiccano Romano Prodi e Pierluigi Bersani. Prodi, già mesi fa, aveva invitato il Pd e la coalizione a fermarsi un attimo e a lavorare su un progetto comune prima di parlare di primarie. Secondo lui, senza un programma condiviso si rischia di scegliere un leader che poi perde la partita. Ha usato l’immagine del capitano di una squadra incapace di battere un avversario forte, per spiegare quanto sia importante preparare il terreno prima di designare il candidato.

Bersani, da parte sua, lascia la decisione sul metodo ai leader della coalizione, ma con una condizione: “che la corsa parta da un accordo solido sui valori e sul programma.” Ha detto di essere pronto a fare un passo indietro e mettersi a disposizione come semplice militante, purché ci sia prima un confronto serio tra le forze della coalizione.

Le alternative sul tavolo: il “lodo” di Bettini e l’idea di Franceschini

Goffredo Bettini ha detto la sua con parole chiare, sottolineando i rischi di una sfida che deve mettere insieme elettorati spesso molto diversi, se non in contrasto tra loro. Per questo ha proposto un “lodo”: inserire nel programma una figura simbolica, di alto profilo culturale e istituzionale, che faccia da punto di riferimento per il centrosinistra. L’idea è di tenere unita la coalizione fin dall’inizio, rimandando la scelta del candidato premier a dopo che saranno definiti il quadro elettorale e le decisioni del Capo dello Stato.

Una proposta simile era già stata avanzata da Dario Franceschini prima delle discussioni sulla legge elettorale. Franceschini aveva immaginato un congelamento delle primarie, con i partiti che si presentano separati alle elezioni per poi unirsi in Parlamento, seguendo il motto “marciare divisi, colpire uniti”. Ma nel 2024 questa ipotesi ha perso forza, con il ritorno del dibattito sul cosiddetto Stabilicum nella legge elettorale. Negli ultimi giorni a Franceschini sono state attribuite presunte pressioni sui leader di centrosinistra per rinunciare alle primarie, ma lui ha smentito con forza, ribadendo il suo impegno per “un appuntamento democratico con gli elettori.” Per il senatore di Areadem, le primarie restano al momento la strada più credibile per individuare un candidato unico.

Il Pd e il nodo dei tempi: evitare divisioni troppo presto

Dal quartier generale del Nazareno arriva la linea ufficiale: la leadership del centrosinistra deve essere scelta o con le primarie o assegnata automaticamente al partito che prende più voti. Tra i dirigenti più influenti, si è chiari sul fatto che la vera sfida riguarda non tanto chi vincerà, ma quando e come si deciderà.

Il punto più delicato è la calendarizzazione: la scelta della data per la guida dipende strettamente dall’approvazione della legge elettorale in Parlamento. Il rischio è che, se si aspetta troppo – magari fino all’autunno – ci sarà poco margine per mettere insieme le varie anime del partito, anche perché la campagna per la leadership è già iniziata, come dimostra il recente scontro acceso tra Conte e Schlein sul tema della cultura woke.

C’è poi chi ricorda che nelle regioni in cui il Pd ha vinto, le primarie non si sono fatte. Questo fa pensare che magari si potrebbe adottare lo stesso modello a livello nazionale, per unire e rilanciare un partito che vuole arrivare più coeso alle prossime elezioni. Gli equilibri sono fragili e il confronto dentro il Pd promette di essere tutt’altro che tranquillo.

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